Nelle piccole medie imprese è normale riscontrare la presenza di imprenditori focalizzati prevalentemente sulla produzione più che sull’aspetto manageriale e ciò può compromettere l’attività decisionale del soggetto economico il quale non è in grado di operare un adeguato controllo delle attività svolte.
Fino ad un certo stadio di sviluppo generale, coincidente con la nascita dell’infrastruttura manageriale, il commercialista, inteso nella sua accezione più comune, “quello” delle denunce dei redditi e degli adempimenti obbligatori per intenderci, è fondamentale per garantire uno sviluppo equilibrato.
Per il commercialista, spendere tempo in l’approfondimento di tematiche diverse, vale la pena soltanto per quelle realtà che sono in grado o ritengono utile sostenere un extra prezzo, con la conseguenza che le realtà più piccole, preponderanti nel nostro paese, se non comprendono l’utilità di una specifica attività di sostegno alle decisioni manageriali, rischiano di risultare fuori controllo.
Quanto sopra comporta elevati costi opportunità per l’intero sistema economico di cui le piccole e medie imprese rappresentano la linfa vitale.
Ciò è quanto constata il Prof. Fabio Santini in un interessante articolo edito da IPSOA.
Oggi, prosegue il professore, chi vuole avviare un’attività si pone solo in via residuale il problema della conoscenza diretta dei propri affari, il primo adempimento consiste in genere nel delegare una struttura alla gestione in toto degli adempimenti contabili. Nelle imprese più piccole, ma non solo, la gestione amministrativa si limita talvolta all’emissione delle fatture di vendita e alla raccolta degli altri giustificativi di scambio, si viene così a conoscenza della situazione aziendale solo periodicamente nei modi e nei tempi concordati con la struttura esterna. Tale prassi ha gravi e profondi riflessi sulla capacità di condurre il business, esternalizzare infatti significa menomare quella attività di controllo che dovrebbe informare l’attività decisionale e stimolare la cultura manageriale. Una recente indagine commissionata da Microsoft sulle PMI europee evidenzia anche per l’Italia che le imprese data ready ovvero quelle che dispongono di competenze tecnologie adatte a gestire e analizzare i propri dati sono due volte più ottimiste sulle proprie prospettive di sviluppo e crescita, tre volte più propense a lanciare nuovi prodotti o servizi e ad operare all’estero rispetto a quelli che non sono in grado di farlo.
La situazione tratteggiata appare particolarmente problematica in quanto, nel nuovo scenario competitivo, in tutte le tipologie aziendali, il successo dipende dalla qualità delle informazioni a disposizione del soggetto decisionale: quando aumenta la difficoltà di decifrare il contesto affrontato, la disponibilità di strumenti formali ovvero il superamento del mero intuito, riduce l’incertezza e incrementa l’efficienza dell’attività decisionale. Anche le piccole imprese necessitano di tecniche sofisticate che, adattate al proprio contesto interno ed esterno, consentano di gestire al meglio le risorse incrementando il valore per clienti e soci. Le differenze dimensionali coinvolgono anche la sfera organizzativa. Nelle aziende più grandi la specializzazione funzionale consente di ripartire tra i membri dell’organizzazione i diversi ambiti di attenzione, con la conseguenza che specifici soggetti seguono circoscritte aree di attività. Il problema principale in tale ambito è il coordinamento. Al contrario, nelle piccole e medie organizzazioni, pochi soggetti devono occuparsi del business nella sua interezza. Il problema diviene allora quello dell’impiego di sistemi che possano automatizzare gli adempimenti di routine consentendo una gestione orientata alle decisioni. Considerando il peso che le PMI hanno sull’economia globale (in Italia impiegano il 32,9% degli addetti producendo il 38,4% del valore aggiunto), si può facilmente comprendere quali possono essere gli effetti dell’assenza di controllo in termini di equilibrio e sviluppo del benessere collettivo.
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